Sergio Garavini, la lezione di un sindacalista che non rinunciava a cambiare il mondo
Al Lingotto di Torino un confronto sul rapporto tra sindacato e politica, la rappresentanza del lavoro e le sfide del presente.
La storia non cambia, ma il modo in cui la ricordiamo può rispondere alle domande del presente e contribuire a costruire il futuro. È da questa consapevolezza che è nata l’iniziativa “Sergio Garavini. Il sindacato e la politica”, promossa dallo Spi Cgil nazionale e svoltasi lunedì 19 ottobre al Lingotto di Torino.
Un appuntamento che, nell’anno del 120° anniversario della Cgil, invita a guardare alla storia del movimento sindacale come a una risorsa per affrontare le trasformazioni della società.
La figura di Garavini, politico e sindacalista tra i più importanti della storia della Cgil, restituisce una lezione che va oltre la ricostruzione biografica e pone una domanda ancora attuale: quale deve essere il ruolo del sindacato in una società attraversata da disuguaglianze, conflitti e cambiamenti economici e politici?
Un sindacato che parte dal lavoro
L’esperienza di Garavini è legata al sindacalismo di classe e alla capacità di costruire la rappresentanza a partire dalla conoscenza dei luoghi di lavoro. Negli anni Cinquanta, alla Fiat, la repressione antisindacale e i reparti confino segnarono una stagione difficile. In quel contesto, Garavini sostenne il ritorno in fabbrica, convinto che conoscere i processi produttivi fosse indispensabile per ricostruire l’organizzazione sindacale.
Come ha ricordato Francesco Palaia, responsabile delle Politiche della Memoria dello Spi Cgil nazionale, nella relazione introduttiva, Garavini contribuì a sviluppare forme innovative di lotta e contrattazione: dagli scioperi articolati alla contrattazione dei ritmi di lavoro, fino alla consultazione permanente dei lavoratori. Centrale fu anche la battaglia per la salute in fabbrica, affermata come diritto universale e non come una condizione compensabile economicamente.
Segretario nazionale della Cgil dal 1975 al 1985 e successivamente segretario generale della Fiom, Garavini sostenne la centralità della contrattazione e della partecipazione democratica, considerando il sindacato uno strumento non soltanto di tutela, ma anche di trasformazione sociale.
Da questa lezione emerge il significato del sindacalista politico: una figura capace di tenere insieme la conoscenza del lavoro, il conflitto sociale e una visione più ampia dei cambiamenti economici e politici.
IL DIBATTITO
Luciana Castellina, presidente onoraria dell'Arci, collegata da remoto, ha ricordato il legame politico e personale con Garavini e la stagione torinese in cui le fabbriche furono luoghi di incontro tra operai, studenti e nuove esperienze della sinistra. Ha inoltre sottolineato la necessità di contrastare la disaffezione democratica, restituendo soprattutto ai giovani la possibilità di essere protagonisti della vita politica. “La soggettività è una questione fondante”, ha affermato.
Tino Magni, senatore di Alleanza Verdi e Sinistra, ha posto l'attenzione sulla distanza tra il mondo del lavoro e le istituzioni. “Sono l’unico operaio in Parlamento”, ha ricordato, richiamando anche l'insegnamento di Pio Galli: “Prima di parlare studia”.
Precarietà, sfruttamento e caporalato rendono necessario riportare le condizioni materiali e salariali dei lavoratori al centro dell'iniziativa politica. Per farlo, la rappresentanza deve partire dalla conoscenza dei problemi concreti e dalla capacità di tradurli in azione.
Cinzia Maiolini, segretaria nazionale della Filctem Cgil, ha richiamato la necessità di mantenere vivo un progetto di trasformazione sociale, capace di confrontarsi con le nuove complessità geopolitiche ed economiche. Il coinvolgimento diretto dei lavoratori resta una condizione essenziale per costruire una rappresentanza efficace. “Decidere senza coinvolgere i lavoratori porta alla sconfitta; la relazione diretta con loro è il nostro unico vero strumento”, ha affermato Maiolini.
Francesca Re David, già segretaria nazionale della Cgil, ha posto l'attenzione sui cambiamenti tecnologici e sull'organizzazione dei processi produttivi. La tecnologia non è neutrale e gli algoritmi, utilizzati per misurare l'intensità del lavoro e organizzare le prestazioni, devono diventare materia di contrattazione. “L’organizzazione del lavoro spetta ai lavoratori” ha dichiarato Re David, sottolineando la necessità di consentire loro di intervenire sulle scelte che riguardano la produzione. Ha inoltre richiamato il ruolo del sindacato nel sostenere le nuove generazioni, soprattutto chi vive condizioni di precarietà.
Le conclusioni di Tania Scacchetti: la memoria come impegno per il futuro
Nelle conclusioni, Tania Scacchetti, segretaria generale dello Spi Cgil nazionale, ha ribadito che la memoria non è un esercizio nostalgico, ma uno strumento per comprendere il presente e affrontare le trasformazioni in corso.
Di fronte a rapporti di forza sempre più sbilanciati a favore del capitale, ha richiamato la necessità di non rifugiarsi nelle “vittorie morali” quando rischiano di mascherare sconfitte concrete. Per rappresentare il lavoro, ha sottolineato, bisogna conoscerlo e ascoltare chi lo vive, comprendendone i cambiamenti. Da qui l’esigenza di rafforzare la democrazia e la partecipazione, raggiungendo anche chi rischia di restare ai margini della rappresentanza: giovani precari, persone di seconda generazione e pensionati in condizioni di impoverimento e disagio.
CHI ERA SERGIO GARAVINI?
Andrea Sergio Garavini (Torino, 18 maggio 1926 – Roma, 7 settembre 2001) è stato uno dei protagonisti del sindacalismo italiano e della sinistra del Novecento. Dirigente della CGIL, esponente del Partito Comunista Italiano e tra i fondatori del Partito della Rifondazione Comunista, ha dedicato la propria vita alla difesa dei diritti dei lavoratori e alla partecipazione democratica.
Il percorso nel sindacato
Figlio dell'industriale torinese Eusebio Garavini, aderì al PCI nel 1948. Nel 1955 divenne segretario provinciale della FIOM di Torino, impegnandosi nella ricostruzione del sindacato alla FIAT dopo una fase di forti difficoltà e discriminazioni nei confronti dei lavoratori e dei loro rappresentanti.
Nel 1960 divenne segretario della Camera del Lavoro di Torino e nel 1966 segretario regionale della CGIL Piemonte. Nel 1969 assunse la responsabilità nazionale della FILTEA, il sindacato dei tessili, e nel 1975 entrò nella segreteria confederale della CGIL, dove rimase fino al 1985. Dal 1986 al 1988 fu segretario generale della FIOM nazionale.
L'impegno politico
Eletto alla Camera dei deputati nel 1987 nelle liste del PCI, si oppose alla svolta della Bolognina e allo scioglimento del partito. Nel 1991 fu tra i fondatori del Partito della Rifondazione Comunista, di cui divenne il primo segretario nazionale, incarico mantenuto fino al 1993. Rimase deputato alla Camera fino al 1996