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L’Imu (ex Ici) sulla prima casa è un’imposta concepita per assicurare l’autonomia finanziaria dei Comuni e un adeguato funzionamento dei servizi locali. Ma, per come è stata congegnata, è iniqua, grava pesantemente sulle fasce sociali più deboli e non aiuterà i Comuni che saranno anzi indotti ad aumentare le addizionali Irpef e le tariffe.
Il governo ha previsto una detrazione di 200 euro per tutti – che però non compensa l’aumento del 60% delle rendite catastali – più 50 euro per ogni figlio a carico sotto i 26 anni, fino a un tetto massimo di 400 euro. Così, paradossalmente, una famiglia benestante con figli a carico può godere di un sostanzioso sconto fiscale, mentre un anziano che percepisce una pensione bassa e vive solo o in coppia in un alloggio medio-grande, paga tutto.
E’ l’ennesimo balzello che rischia, tra l’altro, di moltiplicare le vendite in “nuda proprietà” da parte delle persone anziane in difficoltà (a tutto vantaggio di speculatori finanziari e immobiari). Medesima ingiustizia subiscono le giovani coppie senza figli, che al pagamento del mutuo prima casa, devono ora aggiungere altre 600-1000 euro per l’Imu, a seconda delle città.
Si tratta, infatti, di un’imposta non progressiva che, quindi, pesa maggiormente sui redditi più bassi. Inoltre, a differenza della vecchia Ici, che veniva incamerata dagli enti locali, il grosso delle entrate Imu andrà invece allo Stato.
Lo Spi Cgil, che è impegnato a contrastare le iniquità dell’intera manovra, a partire dal blocco delle indicizzazioni che colpisce tutti i pensionati con reddito sopra i 1402 euro, si batterà affinché l’imposta sulla casa non gravi sulle famiglie a reddito basso.
(19.12.2011)