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Le proposte dello Spi

Invecchiamento attivo
La rivoluzione demografica alla quale stiamo assistendo, nel nostro Paese e nel mondo, modifica qualitativamente la società e apre problemi nuovi che necessitano di risposte ad ora inedite.

Lo Spi da anni ha individuato nell’invecchiamento attivo un nodo cruciale intorno al quale si sviluppano riflessioni e proposte che riguardano nuovi modelli sociali e di cittadinanza.

Il punto sul quale a nostro parere è fondamentale insistere è il concetto di “attivo”. Attivo non fa riferimento unicamente al tasso di attività della popolazione anziana, ma rinvia ad un approccio più complesso, che guarda alla globalità della persona, alla sua autonomia, al suo percorso esistenziale, professionale e non, alla rete di relazioni umane, al contesto sociale e familiare, alle opportunità future.

Il dibattito politico sul tema dell’invecchiamento si concentra erroneamente solo sull’età pensionabile, riducendo la riflessione al rapporto tra aspettative di vita e allungamento dell’età lavorativa. In realtà l’innalzamento dell’età pensionabile senza regolamentare complessivamente il mercato del lavoro avrebbe come drammatica conseguenza non l’aumento del lavoro ma l’incremento della disoccupazione.

La flessibilità, nelle nostre critiche ai proclami governativi e nelle proposte concrete con le quali a questi replichiamo, è intesa soprattutto come esigenza di rispondere operando una distinzione che tenga conto delle diverse situazioni personali, incentivando la scelta, ad esempio, di pensionamento parziale, proposta presente nella piattaforma della Cgil del 2007 sul welfare, condizione che gradualmente accompagnerebbe e sosterrebbe la persona nel passaggio cruciale dalla vita lavorativa, con i suoi tempi, relazioni, impegni, ad una condizione nuova totalmente da riprogettare. Senza contare il ritardo con il quale l’Italia recepisce normative europee, mi riferisco soprattutto alla norma sulle discriminazioni sul lavoro legate all’età.

Mantenendo fermo il punto sul quale molto insistiamo come sindacato, il rapporto intergenerazionale, riteniamo, anche in conseguenza di questo, che sia necessario pensare a meccanismi che incentivino l’occupazione di lavoratori anziani. Tutto questo però non può prescindere da un più profondo e generalizzato ripensamento di un sistema socio-culturale, quello italiano, che ostacola la solidarietà tra generazioni e anzi fa del conflitto generazionale e non solo, propaganda per superare una crisi economica della quale a volte nega addirittura l’esistenza.

Altro nodo cruciale cui ci si riferisce ragionando attorno al tema dell’invecchiamento attivo è quello della formazione continua degli adulti e dell’apprendimento permanente. Invecchiamento attivo significa soprattutto tener conto dell’esigenza delle persone anziane di assicurarsi un’esistenza attiva perché dentro un contesto sociale di riferimento nel quale si è riconosciuti e legittimati ad agire e partecipare. La rapidità con la quale la società globalizzata muta e stravolge paradigmi relazionali, modelli comunicativi, funzioni, compiti e ruoli degli attori sociali, richiede inevitabilmente competenze e conoscenze nuove. Per acquisire conoscenze nuove e competenze “vitali”, che aiutano nello svolgimento della vita quotidiana, deve essere riconosciuto, ad ogni età, il diritto all’apprendimento.

Ed è in questa direzione che lo Spi con Cgil, Flc e Auser, si è mosso, con la raccolta di 130.000 firme, presentando il 18 gennaio scorso, la proposta di legge per il diritto all’apprendimento permanente.

È importante ricordare brevemente quali sono i contenuti della proposta di legge: l'accesso gratuito alla formazione, agevolazioni fiscali e contributive per gli investimenti in apprendimento e agevolazioni per l'accesso al credito e prestiti di onore; il diritto di ogni lavoratore ad almeno un anno di congedo formativo non retribuito e ad almeno 30 ore annue di permesso retribuito; misure a sostegno dell'apprendimento dei pensionati per l'aggiornamento delle loro competenze; la necessità di una serie di interventi pubblici dall'edilizia alle infrastrutture tecnologiche, alla formazione degli operatori, la definizione di standard di qualità per l'accreditamento delle strutture, l'azione di monitoraggio e certificazione); il finanziamento di un piano di azione triennale.

Lo Spi nelle sue battaglie afferma la necessità di promuovere e favorire la cittadinanza attiva e la partecipazione sociale degli anziani alla vita della collettività; tutto ciò significa mettere insieme le esperienze, sviluppare attraverso la formazione continua identità, valori, e saperi delle persone anziane e sostenere l’attuazione di politiche pubbliche che, lungi dall’essere solo a carattere assistenziale paternalistico, contribuiscano fattivamente al rinnovamento della vita democratica dell’intera società italiana.

Quanto esposto fino a qui è già parte di quanto in questi mesi la Cgil abbia prodotto in termini di critica circoscritta, puntuale e documentata alle proposte presenti nel Libro Bianco del ministro Sacconi.

La visione distorta che il Libro Bianco propone della lettura costituzionale coinvolge (stravolge) sanità, previdenza, scuola, welfare, mercato del lavoro, sicurezza, immigrazione e anche per rispondere alla domanda, l’apprendimento permanente e la formazione continua e l’invecchiamento attivo.

Il nostro Paese è agli ultimi posti per investimenti in formazione, ricerca e innovazione. Le proposte presenti nel Libro Bianco su formazione continua e apprendimento permanente si limitano unicamente all’aggiornamento delle competenze professionali attribuendo all’impresa la responsabilità formativa delle suddette competenze, senza per altro regolare il riconoscimento dell’effettiva capacità formativa dell’impresa ed eliminando i vincoli che determinano la qualità dell’offerta stessa.

Infatti, se è vero che l’esperienza lavorativa ha valenza formativa non è altrettanto vero che ogni impresa sia in condizione di offrire formazione, di progettarla e gestirla e valutarne i risultati. La tendenza, da noi contestata, è quella di ricondurre la formazione ai soli soggetti lavoratori, primo limite, e in ambito esclusivamente aziendale.

L’apprendimento permanente è strumento atto ad elaborare strategie, da parte del soggetto adulto e/o anziano, volte a migliorare la qualità delle competenze possedute e ad acquisirne di nuove, ad arricchire le relazioni sociali, a ridefinire il proprio stile di vita, ad essere artefici di una continua crescita personale e a partecipare attivamente anche allo sviluppo più ampiamente democratico della comunità.

(19.04.2011)

 

Le proposte dello Spi

Invecchiamento attivo
La rivoluzione demografica alla quale stiamo assistendo, nel nostro Paese e nel mondo, modifica qualitativamente la società e apre problemi nuovi che necessitano di risposte ad ora inedite.

Lo Spi da anni ha individuato nell’invecchiamento attivo un nodo cruciale intorno al quale si sviluppano riflessioni e proposte che riguardano nuovi modelli sociali e di cittadinanza.

Il punto sul quale a nostro parere è fondamentale insistere è il concetto di “attivo”. Attivo non fa riferimento unicamente al tasso di attività della popolazione anziana, ma rinvia ad un approccio più complesso, che guarda alla globalità della persona, alla sua autonomia, al suo percorso esistenziale, professionale e non, alla rete di relazioni umane, al contesto sociale e familiare, alle opportunità future.

Il dibattito politico sul tema dell’invecchiamento si concentra erroneamente solo sull’età pensionabile, riducendo la riflessione al rapporto tra aspettative di vita e allungamento dell’età lavorativa. In realtà l’innalzamento dell’età pensionabile senza regolamentare complessivamente il mercato del lavoro avrebbe come drammatica conseguenza non l’aumento del lavoro ma l’incremento della disoccupazione.

La flessibilità, nelle nostre critiche ai proclami governativi e nelle proposte concrete con le quali a questi replichiamo, è intesa soprattutto come esigenza di rispondere operando una distinzione che tenga conto delle diverse situazioni personali, incentivando la scelta, ad esempio, di pensionamento parziale, proposta presente nella piattaforma della Cgil del 2007 sul welfare, condizione che gradualmente accompagnerebbe e sosterrebbe la persona nel passaggio cruciale dalla vita lavorativa, con i suoi tempi, relazioni, impegni, ad una condizione nuova totalmente da riprogettare. Senza contare il ritardo con il quale l’Italia recepisce normative europee, mi riferisco soprattutto alla norma sulle discriminazioni sul lavoro legate all’età.

Mantenendo fermo il punto sul quale molto insistiamo come sindacato, il rapporto intergenerazionale, riteniamo, anche in conseguenza di questo, che sia necessario pensare a meccanismi che incentivino l’occupazione di lavoratori anziani. Tutto questo però non può prescindere da un più profondo e generalizzato ripensamento di un sistema socio-culturale, quello italiano, che ostacola la solidarietà tra generazioni e anzi fa del conflitto generazionale e non solo, propaganda per superare una crisi economica della quale a volte nega addirittura l’esistenza.

Altro nodo cruciale cui ci si riferisce ragionando attorno al tema dell’invecchiamento attivo è quello della formazione continua degli adulti e dell’apprendimento permanente. Invecchiamento attivo significa soprattutto tener conto dell’esigenza delle persone anziane di assicurarsi un’esistenza attiva perché dentro un contesto sociale di riferimento nel quale si è riconosciuti e legittimati ad agire e partecipare. La rapidità con la quale la società globalizzata muta e stravolge paradigmi relazionali, modelli comunicativi, funzioni, compiti e ruoli degli attori sociali, richiede inevitabilmente competenze e conoscenze nuove. Per acquisire conoscenze nuove e competenze “vitali”, che aiutano nello svolgimento della vita quotidiana, deve essere riconosciuto, ad ogni età, il diritto all’apprendimento.

Ed è in questa direzione che lo Spi con Cgil, Flc e Auser, si è mosso, con la raccolta di 130.000 firme, presentando il 18 gennaio scorso, la proposta di legge per il diritto all’apprendimento permanente.

È importante ricordare brevemente quali sono i contenuti della proposta di legge: l'accesso gratuito alla formazione, agevolazioni fiscali e contributive per gli investimenti in apprendimento e agevolazioni per l'accesso al credito e prestiti di onore; il diritto di ogni lavoratore ad almeno un anno di congedo formativo non retribuito e ad almeno 30 ore annue di permesso retribuito; misure a sostegno dell'apprendimento dei pensionati per l'aggiornamento delle loro competenze; la necessità di una serie di interventi pubblici dall'edilizia alle infrastrutture tecnologiche, alla formazione degli operatori, la definizione di standard di qualità per l'accreditamento delle strutture, l'azione di monitoraggio e certificazione); il finanziamento di un piano di azione triennale.

Lo Spi nelle sue battaglie afferma la necessità di promuovere e favorire la cittadinanza attiva e la partecipazione sociale degli anziani alla vita della collettività; tutto ciò significa mettere insieme le esperienze, sviluppare attraverso la formazione continua identità, valori, e saperi delle persone anziane e sostenere l’attuazione di politiche pubbliche che, lungi dall’essere solo a carattere assistenziale paternalistico, contribuiscano fattivamente al rinnovamento della vita democratica dell’intera società italiana.

Quanto esposto fino a qui è già parte di quanto in questi mesi la Cgil abbia prodotto in termini di critica circoscritta, puntuale e documentata alle proposte presenti nel Libro Bianco del ministro Sacconi.

La visione distorta che il Libro Bianco propone della lettura costituzionale coinvolge (stravolge) sanità, previdenza, scuola, welfare, mercato del lavoro, sicurezza, immigrazione e anche per rispondere alla domanda, l’apprendimento permanente e la formazione continua e l’invecchiamento attivo.

Il nostro Paese è agli ultimi posti per investimenti in formazione, ricerca e innovazione. Le proposte presenti nel Libro Bianco su formazione continua e apprendimento permanente si limitano unicamente all’aggiornamento delle competenze professionali attribuendo all’impresa la responsabilità formativa delle suddette competenze, senza per altro regolare il riconoscimento dell’effettiva capacità formativa dell’impresa ed eliminando i vincoli che determinano la qualità dell’offerta stessa.

Infatti, se è vero che l’esperienza lavorativa ha valenza formativa non è altrettanto vero che ogni impresa sia in condizione di offrire formazione, di progettarla e gestirla e valutarne i risultati. La tendenza, da noi contestata, è quella di ricondurre la formazione ai soli soggetti lavoratori, primo limite, e in ambito esclusivamente aziendale.

L’apprendimento permanente è strumento atto ad elaborare strategie, da parte del soggetto adulto e/o anziano, volte a migliorare la qualità delle competenze possedute e ad acquisirne di nuove, ad arricchire le relazioni sociali, a ridefinire il proprio stile di vita, ad essere artefici di una continua crescita personale e a partecipare attivamente anche allo sviluppo più ampiamente democratico della comunità.

(19.04.2011)

 

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