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Edilizia in mano agli speculatori il Bel Paese finisce nel cemento
Di fronte all’urgenza di una politica nazionale per la casa che affronti l’emergenza sfratti e il disagio di chi non riesce più a onorare il pagamento dell’affitto, il governo rilancia per la terza volta in tre anni il “piano casa”. Sarebbe meglio chiamarlo “piano speculazione”. Neanche un alloggio per chi è in difficoltà. Porte aperte invece per i furbetti, per gli esperti degli abusi, per i grandi e piccoli affari che ruotano intorno all’edilizia e al mercato immobiliare.
Nel decreto sviluppo approvato dal Consiglio dei ministri campeggia la deregulation edilizia: • si introduce il silenzio-assenso per il rilascio del permesso di costruire (90-100 giorni elevati a 180-200 per le città con oltre 100mila abitanti) per nuove costruzioni, ristrutturazioni urbanistiche e ristrutturazioni edilizie con aumenti di volumetria; • si liberalizzano i cambi di destinazione d’uso in deroga ai piani regolatori; • si prevede una sanatoria per tutti i lavori realizzati in difformità al titolo abilitativo per una differenza inferiore al 2% per cubatura, superficie o altezze; • vengono riaperti i termini per i piani regionali di rilancio dell’edilizia incentivando ancora la “demolizione e ricostruzione” con libertà di sagoma e introducendo un premio di volumetria del 10% per gli edifici non residenziali; • si dimezza da 60 a 30 giorni il termine per la Scia (lettera al Comune per segnalare l’inizio dei lavori), equiparandola alla Dia (Dichiarazione Inizio Attività) usata per i vecchi interventi.
Il Cipe (Comitato Interministeriale Programmazione Economica), intanto, ha approvato un piano di 15 mila alloggi previsti dai programmi regionali di edilizia residenziale sociale, per un investimento complessivo di 2,7 miliardi, di cui circa il 30% pubblico (Stato, Regioni, Comuni) e circa il 70% privato (Fondi immobiliari e imprese private).
Di questi 15 mila alloggi, circa 9.500 saranno costruiti ex novo, circa 3000 saranno recuperati con interventi sul patrimonio pubblico esistente, il resto saranno acquistati direttamente. E’ importante notare, inoltre, che il 22% degli alloggi saranno destinati subito alla vendita, il 39% potranno essere riscattati dopo 10 anni, l’altro 39% (poco più di 4500 alloggi) saranno affittati col canale concordato, agevolato e sociale. Come si vede siamo molto al di sotto del reale fabbisogno. Basti pensare solo alle 650mila domande per accedere all’Erp (Pianificazione Risorse d’Impresa) che giacciono inevase o ai 150 mila sfratti esecutivi (di cui il 90% per morosità). Ancora una volta il governo ha adottato misure che tendono a favorire gli interessi dei costruttori e della rendita.
Come la Cgil e lo Spi ripetono da tempo, il bisogno di case va soddisfatto nell’ambito di una politica di riqualificazione urbana e di un grande piano di recupero del patrimonio abitativo esistente. Il diritto all’abitare, a partire dalle fasce deboli, va conquistato e “contrattato” con interventi di razionalizzazione degli spazi urbani, evitando ulteriore consumo e spreco di suolo, e con misure che incentivino la ristrutturazione ecologica ed edilizia dei condomini e delle case più vetuste, spesso abitate dagli anziani. Non sta scritto da nessuna parte che più alloggi debba significare continuare a distruggere il territorio e l’ambiente.
(05.05.2011)