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Dopo la consegna del Nobel a Diamond, Mortensen e Pissarides

Torna il lavoro al centro dell’economia

La scelta dell’Accademia Reale di Svezia nell’assegnazione del Nobel per l’economia a Diamond, Mortensen e Pissarides è molto importante per almeno tre motivi. L’aver riportato anche culturalmente l’attenzione sul lavoro, un fattore che sembrava residuale rispetto all’equilibrio economico contemporaneo dominato da altri protagonisti (la finanza, la tecnologia); aver indicato l’attualità dell’obbiettivo della piena occupazione anche per i paesi sviluppati; aver premiato chi sostiene (empiricamente e teoricamente) che la piena occupazione non si raggiunge per spontanea dinamica della domanda e dell’offerta di lavoro, se non entrano in campo politiche mirate.

Sembrano considerazioni di assoluto buon senso e quindi destinate a essere condivise da tutti gli economisti del mondo, perché quasi percepibili a chiunque si muova con difficoltà nel mercato del lavoro, ma non è così. Anzi, la teoria economica liberista ha da molti anni sostenuto il contrario di quanto abbiamo appena ricordato. Priorità alla finanza e alla moneta come fattore determinante della crescita economica del mondo e di ogni singolo paese, la piena occupazione come prospettiva solo per i paesi a bassissimo costo del lavoro e basse tutele per i lavoratori, nessuna indennità a chi non ha lavoro: “chi vuole davvero lavorare un lavoro lo trova sempre”.

Questa ideologia è talmente diffusa e dominante, specie nei paesi capitalisti anglosassoni, che il Presidente Obama non è riuscito a nominare proprio Peter Diamond ai vertici della Federal Reserve, la banca centrale americana, per l’opposizione della scuola economica liberista.

In effetti, il funzionamento e soprattutto l’apparente non funzionamento del mercato del lavoro non sono meccanismi di così facile analisi. Il merito dei tre premi Nobel è quello di aver studiato a fondo le anomalie di questo particolare mercato e averne colto aspetti reconditi e inusuali.

Perché, al contrario di altri mercati, il mercato del lavoro vede contemporaneamente la presenza di molti compratori e di molti venditori insoddisfatti. Perché nei paesi a più alto reddito, anche al crescere dell’economia resta una quota di disoccupazione significativa? Perché con la crisi viene espulso lavoro dal sistema economico ma quando passa la crisi quel lavoro non viene riassorbito? In un‘Europa che teme come un incubo la disoccupazione di massa anche in presenza di ripresa economica, questi interrogativi sono di primaria importanza. E l’Accademia Reale Svedese conferma con la sua scelta una grande sensibilità ai temi concreti di politica economica piuttosto che non alle dispute teoriche.

I tre premi Nobel (la cui opera non è pienamente nota nemmeno al mondo delle accademie) hanno esaminato empiricamente gli andamenti di domanda e offerta di lavoro e le interrelazioni fra le due componenti e ne hanno ricavato alcune importanti considerazioni.

Non vi è una sola domanda di lavoro e una sola offerta. Siamo piuttosto in presenza di componenti eterogenee della domanda e dell’offerta. Nessuno cerca lavoro in genere (se non nelle economie primitive), nessuno è in grado di offrire lavoro diverso da quello che sa fare in quel momento. La frizione tra domanda e offerta si verifica a partire dal fatto che nel breve periodo difficilmente coincidono le caratteristiche del lavoro cercato con quelle del lavoro offerto, per conoscenze, capacità, o anche per livelli di costo e disponibilità di impiego.

Insomma, al contrario di altri mercati in cui vale la legge della domanda e dell’offerta che si incontrano a vari livelli di quantità e prezzo (che sono fattori continuamente variabili), nel mercato del lavoro questo non accade, almeno non istantaneamente. L’esercito industriale di riserva (la quota di non occupati disponibili a lavorare a diverse e peggiori condizioni) che dovrebbe riequilibrare il mercato non c’è o non è così forte da rimuoverne le frizioni interne.

La teoria classica spiega che questo mal funzionamento deriva da rigidità dell’offerta di lavoro: retribuzioni fisse, tutela sindacale, scarsa mobilità, ecc. I tre premi Nobel sostengono che la piena occupazione si realizza solo se intervengono politiche precise che perseguono esplicitamente questo obbiettivo. Non per spontaneo e istantaneo adattamento di domanda e offerta: né in presenza di crescita e neppure (cosa ancor più rilevante) in presenza di uno shock dovuto al sopraggiungere di una crisi.

Da questa considerazione deriva l’idea che le politiche di sostegno dell’occupazione non possono limitarsi a sostenere la crescita economica generale (la domanda aggregata), nella speranza che tutto si risolva da sé. E neppure che quelle di contenimento della disoccupazione possano limitarsi a sostituire parzialmente il reddito di chi ha perso lavoro, nella speranza che gli espulsi trovino da sé un lavoro nuovo. Gli economisti liberisti sostengono addirittura che questo tipo di ammortizzatore ritarda e quindi non aiuta il reinserimento nel mondo del lavoro dei disoccupati.

Diamond, Mortensen e Pissarides sostengono la necessità di dar vita a “politiche attive” per crescere l’occupazione, cioè politiche che perseguono obbiettivi mirati e non solo obbiettivi generali e indiretti di sviluppo. Di qui l’esigenza che agli ammortizzatori sociali di sostegno al reddito vengano affiancati (e/o sostituiti) percorsi di riqualificazione professionale e di inserimento in nuove e diverse attività lavorative.

I tre premi Nobel infine, sulla base dell’analisi della eterogeneità dell’offerta di lavoro, ritengono indispensabile che si operino politiche differenziate almeno per i giovani che non hanno esperienza di lavoro (istruzione scolastica e inserimento lavorativo), e per gli over 40 che difficilmente riescono a riqualificarsi e reinserirsi a livelli adeguati (senza perdere reddito e livello professionale).

Noi forse aggiungeremmo anche le donne, visto il triste primato di inoccupazione femminile del nostro Paese. In questo caso non si tratta solo di politiche attive sul lavoro femminile ma anche di politiche di infrastrutturazione del contesto. La relazione tra livelli di occupazione e estensione del welfare sociale è ben nota e, purtroppo, verificata nella sua disparità tra Nord e Sud d’Italia.

Anche su questo la Svezia, uno dei paesi a welfare più solido e diffuso del mondo, ci dà una lezione. Alla domanda che pongono sempre più spesso gli economisti liberali (e la politica che a loro si ispira): volete più tasse e più servizi sociali o meno tasse e servizi pubblici minimi? più reddito diffuso e reinvestito o più reddito nelle vostre tasche? la Svezia sembra rispondere che le politiche attive del lavoro (in fondo un tipo particolare di welfare sociale) possono far crescere l’occupazione e anche il reddito del paese, sostenendo attraverso di esso il welfare. La piena occupazione come target di fondo contro la crisi anche in Europa, rispetto alle scorciatoie liberiste.

Gaetano Sateriale

(13.10.2010)


 

Dopo la consegna del Nobel a Diamond, Mortensen e Pissarides

Torna il lavoro al centro dell’economia

La scelta dell’Accademia Reale di Svezia nell’assegnazione del Nobel per l’economia a Diamond, Mortensen e Pissarides è molto importante per almeno tre motivi. L’aver riportato anche culturalmente l’attenzione sul lavoro, un fattore che sembrava residuale rispetto all’equilibrio economico contemporaneo dominato da altri protagonisti (la finanza, la tecnologia); aver indicato l’attualità dell’obbiettivo della piena occupazione anche per i paesi sviluppati; aver premiato chi sostiene (empiricamente e teoricamente) che la piena occupazione non si raggiunge per spontanea dinamica della domanda e dell’offerta di lavoro, se non entrano in campo politiche mirate.

Sembrano considerazioni di assoluto buon senso e quindi destinate a essere condivise da tutti gli economisti del mondo, perché quasi percepibili a chiunque si muova con difficoltà nel mercato del lavoro, ma non è così. Anzi, la teoria economica liberista ha da molti anni sostenuto il contrario di quanto abbiamo appena ricordato. Priorità alla finanza e alla moneta come fattore determinante della crescita economica del mondo e di ogni singolo paese, la piena occupazione come prospettiva solo per i paesi a bassissimo costo del lavoro e basse tutele per i lavoratori, nessuna indennità a chi non ha lavoro: “chi vuole davvero lavorare un lavoro lo trova sempre”.

Questa ideologia è talmente diffusa e dominante, specie nei paesi capitalisti anglosassoni, che il Presidente Obama non è riuscito a nominare proprio Peter Diamond ai vertici della Federal Reserve, la banca centrale americana, per l’opposizione della scuola economica liberista.

In effetti, il funzionamento e soprattutto l’apparente non funzionamento del mercato del lavoro non sono meccanismi di così facile analisi. Il merito dei tre premi Nobel è quello di aver studiato a fondo le anomalie di questo particolare mercato e averne colto aspetti reconditi e inusuali.

Perché, al contrario di altri mercati, il mercato del lavoro vede contemporaneamente la presenza di molti compratori e di molti venditori insoddisfatti. Perché nei paesi a più alto reddito, anche al crescere dell’economia resta una quota di disoccupazione significativa? Perché con la crisi viene espulso lavoro dal sistema economico ma quando passa la crisi quel lavoro non viene riassorbito? In un‘Europa che teme come un incubo la disoccupazione di massa anche in presenza di ripresa economica, questi interrogativi sono di primaria importanza. E l’Accademia Reale Svedese conferma con la sua scelta una grande sensibilità ai temi concreti di politica economica piuttosto che non alle dispute teoriche.

I tre premi Nobel (la cui opera non è pienamente nota nemmeno al mondo delle accademie) hanno esaminato empiricamente gli andamenti di domanda e offerta di lavoro e le interrelazioni fra le due componenti e ne hanno ricavato alcune importanti considerazioni.

Non vi è una sola domanda di lavoro e una sola offerta. Siamo piuttosto in presenza di componenti eterogenee della domanda e dell’offerta. Nessuno cerca lavoro in genere (se non nelle economie primitive), nessuno è in grado di offrire lavoro diverso da quello che sa fare in quel momento. La frizione tra domanda e offerta si verifica a partire dal fatto che nel breve periodo difficilmente coincidono le caratteristiche del lavoro cercato con quelle del lavoro offerto, per conoscenze, capacità, o anche per livelli di costo e disponibilità di impiego.

Insomma, al contrario di altri mercati in cui vale la legge della domanda e dell’offerta che si incontrano a vari livelli di quantità e prezzo (che sono fattori continuamente variabili), nel mercato del lavoro questo non accade, almeno non istantaneamente. L’esercito industriale di riserva (la quota di non occupati disponibili a lavorare a diverse e peggiori condizioni) che dovrebbe riequilibrare il mercato non c’è o non è così forte da rimuoverne le frizioni interne.

La teoria classica spiega che questo mal funzionamento deriva da rigidità dell’offerta di lavoro: retribuzioni fisse, tutela sindacale, scarsa mobilità, ecc. I tre premi Nobel sostengono che la piena occupazione si realizza solo se intervengono politiche precise che perseguono esplicitamente questo obbiettivo. Non per spontaneo e istantaneo adattamento di domanda e offerta: né in presenza di crescita e neppure (cosa ancor più rilevante) in presenza di uno shock dovuto al sopraggiungere di una crisi.

Da questa considerazione deriva l’idea che le politiche di sostegno dell’occupazione non possono limitarsi a sostenere la crescita economica generale (la domanda aggregata), nella speranza che tutto si risolva da sé. E neppure che quelle di contenimento della disoccupazione possano limitarsi a sostituire parzialmente il reddito di chi ha perso lavoro, nella speranza che gli espulsi trovino da sé un lavoro nuovo. Gli economisti liberisti sostengono addirittura che questo tipo di ammortizzatore ritarda e quindi non aiuta il reinserimento nel mondo del lavoro dei disoccupati.

Diamond, Mortensen e Pissarides sostengono la necessità di dar vita a “politiche attive” per crescere l’occupazione, cioè politiche che perseguono obbiettivi mirati e non solo obbiettivi generali e indiretti di sviluppo. Di qui l’esigenza che agli ammortizzatori sociali di sostegno al reddito vengano affiancati (e/o sostituiti) percorsi di riqualificazione professionale e di inserimento in nuove e diverse attività lavorative.

I tre premi Nobel infine, sulla base dell’analisi della eterogeneità dell’offerta di lavoro, ritengono indispensabile che si operino politiche differenziate almeno per i giovani che non hanno esperienza di lavoro (istruzione scolastica e inserimento lavorativo), e per gli over 40 che difficilmente riescono a riqualificarsi e reinserirsi a livelli adeguati (senza perdere reddito e livello professionale).

Noi forse aggiungeremmo anche le donne, visto il triste primato di inoccupazione femminile del nostro Paese. In questo caso non si tratta solo di politiche attive sul lavoro femminile ma anche di politiche di infrastrutturazione del contesto. La relazione tra livelli di occupazione e estensione del welfare sociale è ben nota e, purtroppo, verificata nella sua disparità tra Nord e Sud d’Italia.

Anche su questo la Svezia, uno dei paesi a welfare più solido e diffuso del mondo, ci dà una lezione. Alla domanda che pongono sempre più spesso gli economisti liberali (e la politica che a loro si ispira): volete più tasse e più servizi sociali o meno tasse e servizi pubblici minimi? più reddito diffuso e reinvestito o più reddito nelle vostre tasche? la Svezia sembra rispondere che le politiche attive del lavoro (in fondo un tipo particolare di welfare sociale) possono far crescere l’occupazione e anche il reddito del paese, sostenendo attraverso di esso il welfare. La piena occupazione come target di fondo contro la crisi anche in Europa, rispetto alle scorciatoie liberiste.

Gaetano Sateriale

(13.10.2010)


 

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