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Potere e contropotere nell’età globale

Il libro di Ulrich Beck sul futuro della politica

Se le frontiere non esistono più, quale mondo si sta formando o si è già formato? Se le vecchie categorie di “nazionale” e “internazionale” non sono più sufficienti a spiegare il dischiudersi dello spazio di potere mondiale, quali scenari si aprono per il futuro dell’umanità? Parte da queste domande “Potere e contropotere nell’età globale” l’ultimo libro scritto dal sociologo tedesco Ulrich Beck e da poco edito in Italia da Laterza.

Beck non sembra avere dubbi: il futuro della politica è il cosmopolitismo, le alleanze sono sorprendenti e il risultato è aperto. Siamo infatti di fronte a una nuova politica delle frontiere, in cui mancanza di confini, vecchie e nuove dinamiche si intrecciano, richiedendo una comprensione non più in termini nazionali, bensì in chiave transnazionale, entro il quadro di riferimento di una politica interna mondiale.

Occorre avere l’intelligenza di accettare che le esistenze divise in più luoghi, la mobilità permanente, il numero crescente di persone con doppi passaporti, sono già una realtà imprescindibile.

La molla che ha messo in crisi lo Stato nazionale (social)democratico, che ha storicamente imbrigliato violenza politica e potere economico grazie al diritto e al controllo su tasse e lavoro, è stata la globalizzazione concorrenziale dei grandi gruppi. Una forza potente che va regolata, sfruttata ma non demonizzata. È giusto combattere le terapie di privatizzazione degli Stati, la mobilità sociale al ribasso, l’extraterritorialità delle decisioni, l’autoritarismo dell’efficienza (imparentato con l’efficienza dei regimi autoritari come in Cina), i bassi salari e i paradisi fiscali. Ma, afferma Beck, senza rimpianti di nessun genere.

Le strategie di ri-nazionalizzazione – di destra o di sinistra che siano – sono destinate a fallire (anche se le dimensioni contano) mentre sono insufficienti le politiche disincarnate fatte di reti, flussi e movimenti new global.

Se, secondo Beck il potere della “corporazione dei ricchi” è cresciuto enormemente così non è per la legittimazione, perché al potere economico globale manca il senso di responsabilità e il consenso democratico mentre all’opposto sono in crescita l’ostilità di perdenti ed esclusi dalla globalizzazione.

Se la globalizzazione è fatta dunque dai potenti contro i poveri, l’immaginazione cosmopolita rappresenta l’interesse universale dell’umanità per se stessa.

Per questa ragione Beck – senza trascurare l’importanza di sindacati, movimenti, Ong e chiese come attori globali – indica che la politica deve avere come scopo il potere per la costruzione di Stati transnazionali. Stati (o gruppi di Stati) che non leghino più la loro sovranità solo ai confini e al Parlamento né, tantomeno, a etnia, lingua o cultura.

I governi cosmopoliti per Beck sono quelli che scelgono di limitare la propria sovranità nazionale per accrescere la loro libertà politica e di scelta. Come hanno fatto con grande successo (finora) gli Stati europei dopo il 1945 e come dovrebbero fare tutti gli Stati nazionali del mondo per far fronte a nuovi e vecchi rischi, sempre più globali. E questa volta, speriamo, non dopo una grande catastrofe.

(29.10.2010)
 

Potere e contropotere nell’età globale

Il libro di Ulrich Beck sul futuro della politica

Se le frontiere non esistono più, quale mondo si sta formando o si è già formato? Se le vecchie categorie di “nazionale” e “internazionale” non sono più sufficienti a spiegare il dischiudersi dello spazio di potere mondiale, quali scenari si aprono per il futuro dell’umanità? Parte da queste domande “Potere e contropotere nell’età globale” l’ultimo libro scritto dal sociologo tedesco Ulrich Beck e da poco edito in Italia da Laterza.

Beck non sembra avere dubbi: il futuro della politica è il cosmopolitismo, le alleanze sono sorprendenti e il risultato è aperto. Siamo infatti di fronte a una nuova politica delle frontiere, in cui mancanza di confini, vecchie e nuove dinamiche si intrecciano, richiedendo una comprensione non più in termini nazionali, bensì in chiave transnazionale, entro il quadro di riferimento di una politica interna mondiale.

Occorre avere l’intelligenza di accettare che le esistenze divise in più luoghi, la mobilità permanente, il numero crescente di persone con doppi passaporti, sono già una realtà imprescindibile.

La molla che ha messo in crisi lo Stato nazionale (social)democratico, che ha storicamente imbrigliato violenza politica e potere economico grazie al diritto e al controllo su tasse e lavoro, è stata la globalizzazione concorrenziale dei grandi gruppi. Una forza potente che va regolata, sfruttata ma non demonizzata. È giusto combattere le terapie di privatizzazione degli Stati, la mobilità sociale al ribasso, l’extraterritorialità delle decisioni, l’autoritarismo dell’efficienza (imparentato con l’efficienza dei regimi autoritari come in Cina), i bassi salari e i paradisi fiscali. Ma, afferma Beck, senza rimpianti di nessun genere.

Le strategie di ri-nazionalizzazione – di destra o di sinistra che siano – sono destinate a fallire (anche se le dimensioni contano) mentre sono insufficienti le politiche disincarnate fatte di reti, flussi e movimenti new global.

Se, secondo Beck il potere della “corporazione dei ricchi” è cresciuto enormemente così non è per la legittimazione, perché al potere economico globale manca il senso di responsabilità e il consenso democratico mentre all’opposto sono in crescita l’ostilità di perdenti ed esclusi dalla globalizzazione.

Se la globalizzazione è fatta dunque dai potenti contro i poveri, l’immaginazione cosmopolita rappresenta l’interesse universale dell’umanità per se stessa.

Per questa ragione Beck – senza trascurare l’importanza di sindacati, movimenti, Ong e chiese come attori globali – indica che la politica deve avere come scopo il potere per la costruzione di Stati transnazionali. Stati (o gruppi di Stati) che non leghino più la loro sovranità solo ai confini e al Parlamento né, tantomeno, a etnia, lingua o cultura.

I governi cosmopoliti per Beck sono quelli che scelgono di limitare la propria sovranità nazionale per accrescere la loro libertà politica e di scelta. Come hanno fatto con grande successo (finora) gli Stati europei dopo il 1945 e come dovrebbero fare tutti gli Stati nazionali del mondo per far fronte a nuovi e vecchi rischi, sempre più globali. E questa volta, speriamo, non dopo una grande catastrofe.

(29.10.2010)
 

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