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A Riccione hanno tirato fuori numeri, dati e statistiche. Ma dentro quelle cifre ci sono migliaia di nostri connazionali che vivono all’estero e che i coordinatori e delegati dello Spi sparsi in ogni parte del mondo, rappresentano e tutelano, quasi sempre insieme alle strutture dell’Inca Cgil. Cosa fanno e come lavorano ce lo hanno raccontato ieri, insieme alle loro storie.
Dietro le quinte della kermesse congressuale abbiamo scoperto la forza da combattente per la libertà di Rolando Rossi, nato in Uruguay, che non ha mai smesso di essere un attivista sindacale. Il governo dittatoriale uruguayano lo ha prima costretto a diventare clandestino e poi, dal 1974 al 1977, lo ha condannato a tre anni di prigione.
Aveva ventott’anni, ma una volta libero, anziché tornare a casa, è andato in Angola. “Adesso sono un po’ vecchio – dice – ma i miei ideali no”. Dopo l’assemblea che lo ha eletto rappresentante dello Spi Uruguay qui a Riccione, Rolando ci informa sulla crescita degli iscritti pensionati allo Spi di Montevideo (più di trecento) e parla con orgoglio del secondo governo progressista che, dice, «ha aumentato del 100 per cento le pensioni più povere (duecento euro mensili), ha dato copertura sanitaria totale per i bambini e a ogni studente ha consegnato un computer». Sono, invece, 950 su 1.450 i pensionati organizzati da Salvatore Martire e dall’Inca di Montreal. “Sì, ma poi – precisa – oltre al lavoro, due volte l’anno ce ne andiamo anche in gita”. Aldo Scopitti, partito da Genova, vive da cinque anni a Lima, in Perù. “Qui ci sono 164 pensionati italiani – afferma –. Il 90 per cento li tutela l’Inca. Adesso cerchiamo di convincere una quindicina di loro a non farsi mandare la pensione attraverso le banche.
I nostri anziani sono più fortunati dei colleghi peruviani che dopo 35 anni di lavoro hanno pensioni che non superano i 250 euro”. Più o meno, precisa Silvana Iacona responsabile dello Spi nella zona di Cordoba (Argentina) – area grande due volte l’Italia –, quanto guadagnano i pensionati argentini.
Lei, nata in Somalia, ha visto per la prima volta l’Italia quando aveva 24 anni. Era il 1965. «La maggior parte dei nostri pensionati non supera i trecento euro al mese di pensione – racconta – e la crisi economica la sentiamo pure noi. Quello che ci lascia delusi è però il modo in cui il governo italiano affronta le politiche sull’immigrazione».
Bruno Palestra è un ingegnere forestale oggi in pensione. Anche per lui una vita a dir poco avventurosa. “Per darti un’idea – afferma – mio padre è cattolico, mia madre ortodossa, mia moglie musulmana e io, che sono italiano, non ho più la cittadinanza”. Palestra vive a Sarajevo, in Bosnia, incrocio di culture e religioni. Anni fa, con un gruppo di connazionali, ha fondato l’associazione cittadini di origine italiana a Sarajevo. Era qui quando, nel 1993, cominciò l’assedio della città. Ne è uscito solo 1.400 giorni dopo. “Morirono dodicimila persone allora, 1.600 erano bambini”, ricorda Palestra, orgoglioso dei corsi di lingua italiana che l’associazione continua a promuovere in città.
(da “LiberEtà” quotidiano, 29 aprile 2010)
(29.04.2010)