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Il libro di Carlo Gnetti racconta la malattia mentale del fratello
Un bambino di appena dieci anni inizia improvvisamente a camminare con le braccia larghe, ad avere paura del cibo e a pulirsi le scarpe mentre gioca a pallone con i propri amici. Cosa significano questi comportamenti? Sono solo stranezze infantili, un semplice gioco oppure i segnali di qualcosa di più grave? Parte da qui la storia raccontata da Carlo Gnetti, giornalista di “Rassegna sindacale”, nel libro “Il bambino con le braccia larghe” (Ediesse, 10,00 euro), che non è un romanzo ma la storia vera di suo fratello Paolo e della malattia che all’età di dieci anni si impossessò della sua mente precipitandolo in un vortice senza ritorno.
Non è facile spiegare cosa succede quando si scopre che il cervello di un proprio familiare inizia a dare segni di squilibrio e come questo rimetta in discussione tutte le certezze e le convinzioni di una vita, eppure, senza ricorrere a giri di parole, ipocrisie e autocommiserazione, Carlo Gnetti racconta la sofferenza e il dolore nei quali si trovano scaraventati non soltanto Paolo, ovviamente, ma anche lui stesso e la sua famiglia.
«Avremmo presto scoperto cosa significa avere in casa uno schizofrenico e come il resto del mondo abbia difficoltà a capire cosa succede realmente» sono parole che sintetizzano lo stato d’animo di chi con grande naturalezza ripercorre i cinquant’anni della malattia del proprio fratello: dallo stupore suscitato dai primi sintomi alla sua negazione, dalle speranze alla sua accettazione.
Carlo – che col passare degli anni diventerà il tutore del fratello e lo resterà fino alla morte di quest’ultimo avvenuta nell’aprile del 2009 – rivela le paure, il disagio, la rabbia provati nell’affrontare la schizofrenia di Paolo; descrive le dinamiche familiari sconvolte e messe a dura prova dalla sua presenza/assenza; ricorda i trattamenti terapeutici, l’abuso degli psicofarmaci, i letti di contenzione, e poi la “rivoluzione” della legge Basaglia con la chiusura dei manicomi, le comunità, le case alloggio ma anche le tante ombre dovute alla sua mancata piena applicazione; racconta episodi, tra il surreale e l’esecrabile, i cui protagonisti sono impiegati, medici e infermieri maldisposti o incapaci. E ancora il calvario di Paolo che, rimpallato da una struttura sanitaria all’altra, perde ogni giorno di più il contatto con la realtà che lo circonda e si rinchiude in un sordo isolamento, mentre Carlo non può far altro che constatarne impotente il deperimento non solo cerebrale ma anche fisico causato dall’assunzione di massicce dosi di psicofarmaci.
“Il bambino con le braccia larghe” è un libro intenso, la cui narrazione scarna e senza fronzoli lo tiene lontano dalla retorica e dal facile pietismo. Carlo Gnetti si limita a raccontare, come spiega lui stesso, «una vicenda reale, della quale ovviamente io ho una mia personale visione ma che non ho cercato di piegare a tesi preconcette o a spirito di rivalsa. Mi sono sforzato di attenermi ai fatti come li ricordo e come li ho vissuti». Il racconto di una vita disperata che però dalla prima all’ultima pagina si dimostra la testimonianza dell’amore di un uomo per il proprio fratello. E che per questo motivo emoziona.
(08.10.2010)
- La storia del bambino con le braccia aperte - Ediesse