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“L’intervento del Papa, ma ancora di più la sua Enciclica Caritas in Veritate, testimonia quanto sia grave la crisi attuale che richiede un’attenzione molto più robusta di quella che c’è stata finora. Ci sono casi drammatici come quelli della Fiat, dell’Alcoa, ma anche della Merloni nelle Marche e in Umbria ed è evidente a tutti come ormai sia molto difficile ritrovare un lavoro dopo la cassa integrazione, senza dimenticare poi il dramma di tutte quelle persone che hanno perso il lavoro senza neppure poter avere ammortizzatori sociali”. Queste parole non sono di un sindacalista. A parlare è monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni-Narni e Amelia, consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio, presidente della Commissione Cei per l'Ecumenismo e il dialogo e presidente della Federazione biblica cattolica internazionale e ideatore di un Fondo di solidarietà promosso dalla Conferenza episcopale umbra che sostiene 250 famiglie. Ma la crisi, secondo Paglia, “deve provocare una reazione forte da parte di tutti e non basta neppure il lodevole sussulto di solidarietà”. Serve piuttosto un ripensamento profondo sul senso del lavoro, oltre che sulle condizioni sociali. “La crisi – sempre secondo Paglia – non va subita, ma richiede al contrario una reinvenzione della prospettiva econonica e sociale. Ci si deve rimettere tutti a pensare, tutte le parti in causa dovranno farlo, non solo qualcuna”. È dunque un suggerimento, quello del vescovo di Terni, che va perfino al di là delle reazioni all’Angelus che abbiamo letto in questi giorni. È una delle voci del mondo cattolico che abbiamo scelto di sentire in una situazione drammatica dal punto di vista del lavoro (come la Cgil continua a denunciare in solitudine da mesi) e in una situazione di rottura del mondo sindacale. “Le parole del Papa – ci dice anche Andrea Olivero, presidente delle Acli – sono state un intervento necessario. La politica deve capire che esiste una vera urgenza sociale. In questi mesi si è teso a tranquillizzare (vedrete la crisi è finita..). Ma oggi non possiamo più ricorrere all’ottimismo. Le vicende della Fiat e dell’Alcoa sono drammatiche soprattutto perché in determinati territori non esiste alcuna possibilità di riassorbire i licenziamenti”. Olivero ci racconta di aver incontrato a Cagliari i lavoratori dell’Alcoa. “Mi hanno trasmesso il dramma di lavoratori che si sentono soli. Chiedono di non essere abbandonati al loro destino e pongono a tutti noi l’urgenza di trovare soluzioni. È evidente che gli ammortizzatori sociali non bastano più. La disoccupazione, che era scomparsa, ora riesplode. Servono perciò forti investimenti in determinate aree del paese.” Sempre secondo Olivero l’intervento del Papa dimostra anche la scelta della Chiesa di richiamare gli stessi imprenditori alle loro responsabilità, dopo anni in cui si sono inseguite le Borse che facevano schizzare i titoli delle aziende proprio quando esse licenziavano i dipendenti. “Il Papa ha chiesto grande senso di responsabilità di fronte ad una crisi che sta causando la perdita di numerosi posti di lavoro. Lo ha chiesto a tutti: imprenditori, lavoratori, governanti. E ha ricordato – quasi citando l’articolo 36 della nostra Costituzione – che senza lavoro può diventare impossibile garantire alle persone e alle loro famiglie un’esistenza libera e dignitosa”. È questa la considerazione di Stefano Semplici, docente di Etica sociale all’Università di Tor Vergata e attento osservatore delle vicende della Chiesa. Secondo Semplici, le affermazioni del Papa sono importanti soprattutto per due ragioni. “La prima è che un richiamo tanto autorevole rende più difficile edulcorare la portata della crisi. Non basta una ripresa del Pil: quest’ultimo potrebbe tornare a crescere senza che si abbiano segnali analoghi sul fronte dell’occupazione. Il risultato sarebbe un ulteriore approfondimento delle faglie di disuguaglianza che si sono aperte in questi ultimi anni. Ne va della dignità dell’uomo e di una fondamentale questione di giustizia, come la Chiesa ripete dai tempi della Rerum novarum”. Un altro aspetto interessante riguarda il “posizionamento” della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il rischio paventato da molti era che il forte impegno sul fronte “bioetico” determinasse una sorta di restringimento antropologico, un arretramento su frontiere “neutre” rispetto ai grandi conflitti economici e politici che minacciano concretamente la dignità e l’esistenza stessa di milioni di uomini, ovviamente non solo in Italia. “La Caritas in veritate – conclude invece Semplici - ha ribadito che questa semplificazione è impossibile. Lo sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione. La Chiesa non tacerà di fronte alla povertà, così come continuerà a non domandare ai poveri da dove vengono. Vale la pena di domandarsi perché questa possa diventare una voce che divide, anziché unire”. Paolo Andruccioli
(4.2.2010)