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L'Aquila a un anno dal sisma: migliaia
in albergo e altrettanti senza lavoro

Dopo quello geologico, l’Aquila rischia di subire un terremoto sociale. Se ne sono accorti anche i cittadini che adesso vogliono ricostruire un minimo di comunità e, soprattutto, una città in cui tornare a vivere e lavorare al più presto. Così, ogni domenica si ritrovano insieme armati di carriole per spalare le macerie dal centro della città. Piantano alberi e fiori nei parchi, organizzano sit in di protesta, fanno proposte alle amministrazioni. Si tratta di studenti, famiglie e anziani che dopo il sisma ora vivono sparsi tra new towns, alberghi sulla costa, case di parenti e case prese in affitto. Una corsa contro il tempo per tutti perché, ha spiegato il sindaco Cialente al mensile dello Spi Cgil LiberEtà, che nel capoluogo ha condotto una nuova inchiesta di prossima pubblicazione, «viviamo una situazione tragica».

Dramma occupazione: 7.000 persone in cassa integrazione
La stessa descritta dalla Cgil provinciale nel corso di una conferenza stampa sullo stato dell’occupazione nel capoluogo e in provincia. Dall’indagine, presentata dal neosegretario Umberto Trasatti, escono fuori numeri che fanno rabbrividire: dal 31 dicembre 2008 al 31 dicembre 2009 il monte ore di cassa integrazione complessiva è aumentato del 736,1 per cento rispetto all’anno precedente. Più di sette milioni di ore contro le 875 mila. Di queste, quasi quattro milioni interessano il comparto del commercio e dei servizi, i più colpiti dopo il terremoto. Non solo. Nel 2009 si registra la perdita di 5.600 posti di lavoro. Attualmente i lavoratori in cassa integrazione in deroga, causa sisma, sono tuttora 3.500. Cifra che, sommata a chi è in cassa integrazione straordinaria e ordinaria, raggiunge le settemila unità. A questo va aggiunto che tantissimi lavoratori autonomi e professionisti non hanno né la certezza né gli strumenti per riavviare le proprie attività. Delle oltre duemila imprese commerciali e artigianali presenti tra centro storico del capoluogo e comuni del cratere, solo una piccolissima parte ha trovato una nuova collocazione. Altro dato preoccupante giunge dai primi mesi del 2010. Mentre a livello provinciale la cassa integrazione diminuisce del 27 per cento, all’Aquila registra un ulteriore aumento del 9 per cento.

Cgil provinciale: senza occupazione, ricostruzione più difficile
«Se non riportiamo il lavoro in queste zone – ha detto Trasatti – anche la ricostruzione sarà più difficile. Da sola, la zona franca proposta non basta, interverrebbe solo sulla piccola impresa di nuova costituzione. Uso il condizionale perché le cifre di cui parla il governo sono irrisorie e poi, ad oggi, la zona franca non esiste». Ma c’è di più. «Per le aziende che vogliono insediarsi nel territorio – denuncia il neosegretario della Cgil –non ci sono strumenti operativi, né incentivi o sgravi. Tutto il contrario di ciò che si dovrebbe fare». Come rilanciare le attività produttive? «Un terzo del 3,9 miliardi di euro stanziati dal Cipe – afferma Trasatti – deve essere destinato alla ripresa delle attività produttive in modo da garantire sgravi e incentivi per nuovi insediamenti. Poi vanno finanziati i contratti di programma provinciali con aziende e settori produttivi che qui già operano».

Pagano le fasce più deboli
Senza questi strumenti e fondi economici le fasce più deboli continueranno a pagare il prezzo più alto dopo il terremoto del 6 aprile scorso. «La Cgil – continua Trasatti – aveva proposto di inserire il reddito come indicatore per l’assegnazione degli alloggi del progetto C.a.s.e. Così non è stato e ora il risultato è che continuano ad essere i pensionati, soli o in coppia, a subire i maggiori disagi. Sono loro, insieme ai single e alle coppie senza figli ad essere stati deportati negli alberghi e nelle caserme».

(23.03.2010)
 

 

L'Aquila a un anno dal sisma: migliaia
in albergo e altrettanti senza lavoro

Dopo quello geologico, l’Aquila rischia di subire un terremoto sociale. Se ne sono accorti anche i cittadini che adesso vogliono ricostruire un minimo di comunità e, soprattutto, una città in cui tornare a vivere e lavorare al più presto. Così, ogni domenica si ritrovano insieme armati di carriole per spalare le macerie dal centro della città. Piantano alberi e fiori nei parchi, organizzano sit in di protesta, fanno proposte alle amministrazioni. Si tratta di studenti, famiglie e anziani che dopo il sisma ora vivono sparsi tra new towns, alberghi sulla costa, case di parenti e case prese in affitto. Una corsa contro il tempo per tutti perché, ha spiegato il sindaco Cialente al mensile dello Spi Cgil LiberEtà, che nel capoluogo ha condotto una nuova inchiesta di prossima pubblicazione, «viviamo una situazione tragica».

Dramma occupazione: 7.000 persone in cassa integrazione
La stessa descritta dalla Cgil provinciale nel corso di una conferenza stampa sullo stato dell’occupazione nel capoluogo e in provincia. Dall’indagine, presentata dal neosegretario Umberto Trasatti, escono fuori numeri che fanno rabbrividire: dal 31 dicembre 2008 al 31 dicembre 2009 il monte ore di cassa integrazione complessiva è aumentato del 736,1 per cento rispetto all’anno precedente. Più di sette milioni di ore contro le 875 mila. Di queste, quasi quattro milioni interessano il comparto del commercio e dei servizi, i più colpiti dopo il terremoto. Non solo. Nel 2009 si registra la perdita di 5.600 posti di lavoro. Attualmente i lavoratori in cassa integrazione in deroga, causa sisma, sono tuttora 3.500. Cifra che, sommata a chi è in cassa integrazione straordinaria e ordinaria, raggiunge le settemila unità. A questo va aggiunto che tantissimi lavoratori autonomi e professionisti non hanno né la certezza né gli strumenti per riavviare le proprie attività. Delle oltre duemila imprese commerciali e artigianali presenti tra centro storico del capoluogo e comuni del cratere, solo una piccolissima parte ha trovato una nuova collocazione. Altro dato preoccupante giunge dai primi mesi del 2010. Mentre a livello provinciale la cassa integrazione diminuisce del 27 per cento, all’Aquila registra un ulteriore aumento del 9 per cento.

Cgil provinciale: senza occupazione, ricostruzione più difficile
«Se non riportiamo il lavoro in queste zone – ha detto Trasatti – anche la ricostruzione sarà più difficile. Da sola, la zona franca proposta non basta, interverrebbe solo sulla piccola impresa di nuova costituzione. Uso il condizionale perché le cifre di cui parla il governo sono irrisorie e poi, ad oggi, la zona franca non esiste». Ma c’è di più. «Per le aziende che vogliono insediarsi nel territorio – denuncia il neosegretario della Cgil –non ci sono strumenti operativi, né incentivi o sgravi. Tutto il contrario di ciò che si dovrebbe fare». Come rilanciare le attività produttive? «Un terzo del 3,9 miliardi di euro stanziati dal Cipe – afferma Trasatti – deve essere destinato alla ripresa delle attività produttive in modo da garantire sgravi e incentivi per nuovi insediamenti. Poi vanno finanziati i contratti di programma provinciali con aziende e settori produttivi che qui già operano».

Pagano le fasce più deboli
Senza questi strumenti e fondi economici le fasce più deboli continueranno a pagare il prezzo più alto dopo il terremoto del 6 aprile scorso. «La Cgil – continua Trasatti – aveva proposto di inserire il reddito come indicatore per l’assegnazione degli alloggi del progetto C.a.s.e. Così non è stato e ora il risultato è che continuano ad essere i pensionati, soli o in coppia, a subire i maggiori disagi. Sono loro, insieme ai single e alle coppie senza figli ad essere stati deportati negli alberghi e nelle caserme».

(23.03.2010)
 

 

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