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13 febbraio 2012
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9 luglio: sciopero dei media

In silenzio per un’informazione più libera

Quanti italiani sono informati su cosa è accaduto il 7 luglio a Roma? Quanti possono dire di conoscere bene le reali condizioni di chi in Abruzzo è stato colpito dal terremoto più di un anno fa? Poniamo queste due domande perché rappresentano l’esempio più recente che racconta dei problemi dell’informazione e della libertà di stampa in Italia.

Nell’edizione delle ore 13 del 7 luglio, infatti, il Tg1 ha cancellato dai titoli di testa la notizia delle proteste contro il governo di cinquemila aquilani arrivati nella capitale e presi a manganellate dalle forze dell’ordine. Si tratta dello stesso Tg che all’indomani del terremoto, con interminabili servizi, mostrava il presidente del Consiglio impegnato a promettere una casa nuova per tutti, crociere per i bambini dell’Aquila, dentiere nuove e miracoli vari. Adesso, invece, che la casa per tutti non c’è, che l’Aquila è rimasta nelle condizioni in cui l’ha lasciata il terremoto del 6 aprile 2009, che la disoccupazione manda sul lastrico intere famiglie e che il presidente non è più così apprezzato nel capoluogo abruzzese, spazi per l’Aquila il Tg non ne ha più. Perché?

Nel nostro Paese, a parte rare eccezioni, tv, radio e giornali in mano a gruppi industriali e bancari – Silvio Berlusconi è solo il più alto in grado poiché da politico, oltre a controllare le sue tv controlla anche la Rai ed è anche in grado di farsi approvare le leggi che più gli aggradano – sono diventati più una formidabile macchina di propaganda, politica ed economica, che strumenti di informazione per i cittadini.

Adesso, con l’approvazione della legge sulle intercettazioni, l’attuale governo vuole cancellare pure la libertà concessa ai giornalisti di far conoscere fatti e misfatti di tutti, compresi quelli commessi dai potenti. Se la legge passasse, i cittadini potrebbero rimanere per anni all’oscuro di vicende che toglierebbero loro la possibilità di farsi un’opinione sull’operato di un politico piuttosto che di un potente industriale. Se questa legge venisse approvata, anche magistrati e forze dell’ordine verrebbero limitati nelle loro indagini. A ridere sarebbero i delinquenti, non le persone perbene; i forti, non i poveri cristi.

Per riflettere su tutto questo, domani, per lo sciopero nazionale dei giornalisti contro la "legge bavaglio", non usciranno i quotidiani, taceranno i notiziari televisivi e radiofonici. «Questo sciopero – ha scritto il direttore di Repubblica Ezio Mauro – è anche l'unico modo, in uno sfortunato Paese di improprio monopolio televisivo, per portare a conoscenza del pubblico delle televisioni ciò che sta avvenendo nel circuito tra il potere, la giustizia, l'informazione e la pubblica opinione: e cioè il tentativo con la legge di ostruire questo circuito, perché i magistrati che indagano vengano limitati nel loro lavoro di ricerca delle prove, i giornalisti che informano debbano tacere, e i cittadini che possono giudicare rimangano al buio. Di questo, i telegiornali di corte non parlano: per un giorno il black out televisivo parlerà per loro, e i telespettatori sapranno finalmente che c'è un problema, e li riguarda».



(08.07.2010)

- La Cgil partecipa alla giornata del silenzio
-
Aquilani a Roma, scontri e tensioni con la polizia
-
L’informazione agli italiani passa per i TG

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In silenzio per un’informazione più libera

Quanti italiani sono informati su cosa è accaduto il 7 luglio a Roma? Quanti possono dire di conoscere bene le reali condizioni di chi in Abruzzo è stato colpito dal terremoto più di un anno fa? Poniamo queste due domande perché rappresentano l’esempio più recente che racconta dei problemi dell’informazione e della libertà di stampa in Italia.

Nell’edizione delle ore 13 del 7 luglio, infatti, il Tg1 ha cancellato dai titoli di testa la notizia delle proteste contro il governo di cinquemila aquilani arrivati nella capitale e presi a manganellate dalle forze dell’ordine. Si tratta dello stesso Tg che all’indomani del terremoto, con interminabili servizi, mostrava il presidente del Consiglio impegnato a promettere una casa nuova per tutti, crociere per i bambini dell’Aquila, dentiere nuove e miracoli vari. Adesso, invece, che la casa per tutti non c’è, che l’Aquila è rimasta nelle condizioni in cui l’ha lasciata il terremoto del 6 aprile 2009, che la disoccupazione manda sul lastrico intere famiglie e che il presidente non è più così apprezzato nel capoluogo abruzzese, spazi per l’Aquila il Tg non ne ha più. Perché?

Nel nostro Paese, a parte rare eccezioni, tv, radio e giornali in mano a gruppi industriali e bancari – Silvio Berlusconi è solo il più alto in grado poiché da politico, oltre a controllare le sue tv controlla anche la Rai ed è anche in grado di farsi approvare le leggi che più gli aggradano – sono diventati più una formidabile macchina di propaganda, politica ed economica, che strumenti di informazione per i cittadini.

Adesso, con l’approvazione della legge sulle intercettazioni, l’attuale governo vuole cancellare pure la libertà concessa ai giornalisti di far conoscere fatti e misfatti di tutti, compresi quelli commessi dai potenti. Se la legge passasse, i cittadini potrebbero rimanere per anni all’oscuro di vicende che toglierebbero loro la possibilità di farsi un’opinione sull’operato di un politico piuttosto che di un potente industriale. Se questa legge venisse approvata, anche magistrati e forze dell’ordine verrebbero limitati nelle loro indagini. A ridere sarebbero i delinquenti, non le persone perbene; i forti, non i poveri cristi.

Per riflettere su tutto questo, domani, per lo sciopero nazionale dei giornalisti contro la "legge bavaglio", non usciranno i quotidiani, taceranno i notiziari televisivi e radiofonici. «Questo sciopero – ha scritto il direttore di Repubblica Ezio Mauro – è anche l'unico modo, in uno sfortunato Paese di improprio monopolio televisivo, per portare a conoscenza del pubblico delle televisioni ciò che sta avvenendo nel circuito tra il potere, la giustizia, l'informazione e la pubblica opinione: e cioè il tentativo con la legge di ostruire questo circuito, perché i magistrati che indagano vengano limitati nel loro lavoro di ricerca delle prove, i giornalisti che informano debbano tacere, e i cittadini che possono giudicare rimangano al buio. Di questo, i telegiornali di corte non parlano: per un giorno il black out televisivo parlerà per loro, e i telespettatori sapranno finalmente che c'è un problema, e li riguarda».



(08.07.2010)

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