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Un Paese profondamente spaccato in due, un Paese dove le situazioni più disagiate sono confinate nelle regioni del sud. Il quadro che emerge dal 43° Rapporto annuale del Censis sulla situazione del Paese è di preoccupazione e di allarme per il futuro. La crisi economica ha prodotto più di 760mila disoccupati in Italia, portando il numero complessivo ad oltre 2 milioni di persone senza occupazione. Più di un terzo delle famiglie si è trovato ed è in difficoltà per arrivare a fine mese, aumentano richieste di prestiti e fidi bancari – un contribuente su due dichiara un reddito che non supera i 15 mila euro l’anno, solamente il 2,2% supera i 70 mila euro. Un Paese dove la forbice tra ricchezza e povertà è aumentata, dove tutti sono stati costretti a fare tagli agli sprechi, la borsa della spesa si è notevolmente modificata, si compra di più ai discount. Gli anziani sono tra i soggetti più sofferenti, spariscono dal loro carrello frutta, pesce, generi costosi. Il disagio sociale è fortemente territorializzato, aumenta il gap tra le province del Centro-Nord e quelle del Sud-Isole. Un milione e 50.000 famiglie versano in condizione di povertà alimentare. In queste realtà oltre alle difficoltà dei singoli (reddito e consumi), si aggiunge il disagio della carenza cronica di servizi e infrastrutture. Secondo il Censis, solo attivando un welfare di comunità, radicato nel territorio si può promuovere una filiera di offerta che vada dal lavoro al sociale, in cui si possa modulare un’azione di sussidi, di servizi, di sostegno alla cittadinanza, che rispondendo ai bisogni locali valorizzi risorse pubbliche e private. Solo questo mix di interventi specifici e localizzati, potranno migliorare l’inclusione sociale, garantendo quella sicurezza sociale che sembra destinata a dissolversi con l’erosione del vecchio welfare. La crisi sta rendendo più acuta la competizione sociale e territoriale intorno alle risorse per la protezione sociale. La rivoluzione del sistema mediatico segna un vero cambiamento epocale nel modo di acquisire informazioni e notizie politiche, sportive, di attualità. Se Internet da una parte ha modificato radicalmente i tempi dell’informazione, la rivoluzione della televisione è stata altrettanto epocale. Satellitare e Digitale, la moltiplicazione dei canali e l’alta definizione segnano l’abdicazione della Televisione generalista a favore di quella tematica specialistica. Tra gli anziani però ( gli ultra 65enni) la Tv tradizionale rappresenta ancora oggi per il 67,7% il mezzo da cui acquisire notizie. I telegiornali raggiungono l’81,8% di attenzione e rappresentano la fonte a cui gli italiani anziani si rivolgono per scegliere chi votare. Un dato che scende per tutti gli italiani solo al 69,3%, con punte del 76% tra i meno istruiti. Insomma cambia il mondo dei media ma internet e la stampa di fronte al focolare-televisione, hanno ancora un ruolo marginale nell’influenzare le scelte politiche e fare opinione nel nostro caro Paese. Accanto a un relativo ottimismo generato per la tenuta complessiva del sistema Paese, in confronto alle economie europee e mondiali, si fa avanti stanchezza e preoccupazione per un futuro che appare sempre più incerto e buio. Una società che De Rita ha definito: “replicante", che vive in apnea, "in attesa che la crisi finisca - aggiunge De Rita - abbiamo resistito ma non siamo stati in grado di modificare l’apparato produttivo”. Se nei primi mesi del 2010 i mercati mondiali non ripartissero, se l’industria italiana non fosse in grado di andare da sola alla conquista dei nuovi mercati emergenti (il "Paesone replicante") potrebbe soccombere.